Fosse pur liberale la data costituzione, ledevasi il sentimento nazionale coll’introdurre le usanze romane, ed anche la lingua dovunque non si parlasse la greca, e fin la religione; o se tolleravasi l’antica, come nell’Egitto e in Giudea, se ne proibivano le adunanze. Per fiscalità vietavansi talora le coltivazioni meglio confacenti, e la vigna e gli ulivi erano proibiti nei paesi transalpini[344]. I governatori poi, oltre avere immensi mezzi di guadagno legale, dalla illimitata potenza e dall’appoggio delle truppe accantonate venivano strascinati al tiranneggiare; e cambiandosi ogni anno, non aveano alle vessazioni neppur il limite della sazietà. Sallustio chiama spietata e intollerabile la dominazione romana[345]: Livio, liricamente e ingenuamente abbagliato dalla patria grandezza, tanto che di vero cuore s’indispettisce allorchè qualche popolo osa difendere contr’essa la vita e la libertà, Livio confessa che, dovunque è un pubblicano, ivi il diritto svanisce, la libertà non esiste più[346].

Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, si passa alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.

Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie, piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate, per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali: nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj; onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali, abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti dalla metropoli, o a magistrati indigeni.

Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali. Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno all’indipendenza invocando diritti, o ampliando le attribuzioni, spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario elemento della moderna civiltà europea.

Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle, principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese. In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la riverenza del nome romano.

FINANZE

Le conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare la capitale, o per emergenti straordinarj.

La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania, sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano; e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347]. Sulla compra o la vendita degli schiavi il fisco percepiva un ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità. Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.

Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà, quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre nuovi guadagni.