Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattato Della repubblica investigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca appena per incidenza[348].
Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti (165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane. L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani dopo che l’ebbero conquistato. L’esazione affidavasi ad appaltatori, che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.
Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’ pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di Roma e negli archivj delle provincie.
Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.
Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti e le strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.
TERRITORIO ROMANO
Al momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania, i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.
Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].