Trarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri,193 ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.
Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cui l’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.
La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].
PLEBE SOFFRENTE
Senz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi. E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.
Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto da Sempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».
Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.
Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.
A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dove sa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.
LA POVERAGLIA