Ma ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.
Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblica non ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.
AFFLUENZA A ROMA
Al tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava alla feccia della città, a questa plebaglia nuda e digiuna, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.
Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per la speranza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.
Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.
Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati alla nobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.
Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.
ORIGINE DEI GRACCHI
Le famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimasero Tiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.