137Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.
TIBERIO GRACCO
Facendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitori gli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.
Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hanno un covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».
LEGGE AGRARIA
Lelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli e la misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.
Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.
Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.
La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362] (l’intendano i novatori), che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.
Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolo stesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».