DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNO

Già le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.

Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.

Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamò erede de’ suoi beni il popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia, col nome di Asia,132 la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.

Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’antica provocatio, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.

ROGAZIONE SEMPRONIA

Queste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.

Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363]; e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.

FINE DI TIBERIO

Sentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.