OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVI

Radunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati,133 xbre e cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoi fautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.

Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».

Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei che amavano la repubblica, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.

Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare,132 ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano, benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.

OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONI

La plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero: Così perisca chi opera come lui. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore dei due terrori di Roma,128 fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinato aristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.

E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.

CAJO GRACCO

Cajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo».126 Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, e promovere la legge agraria; ma la città di Fregelle,125 che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.