Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadori come un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.
I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.
FINE DI CAJO GRACCO
Con queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine,121 Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasi dimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.
La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quella perdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione: Cornelia madre dei Gracchi.
La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria.108 La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.
LORO LEGGI ABOLITE
Ben dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primo esempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.
FINE DEL TOMO PRIMO