Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcuni li farebbero semitici: i più gli adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della quale, traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori, Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra, valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.
Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città, cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.
In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia, all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove fabbricarono Spina.
Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale, e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi, chiamata degli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste dell’Appennino.
I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese; malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola che da loro ebbe nome di Sicilia.
RELIGIONE DE’ PELASGI
Erodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.
Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo erano offerti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.
Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? e l’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.
Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.