TROGLODITI
Agli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massi enormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].
EDIFIZJ CICLOPICI
Chi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole dei materiali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.
MURA PELASGICHE
Solo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina (Anxur); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furono Tiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.
Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.
Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.
Molto soffersero[43] in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le loro città vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.
Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.