È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoi nel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.
RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI
Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il quale cantò una dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vita stabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».
Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in lieti annunziatori di salute e felicità, e tristi che presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte: volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli; remores, la cui apparizione ritardava un’impresa; inhibæ, inebræ, enebræ, che l’arrestavano; arculvæ, arcivæ o arcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso degli oscines e præpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro (altera avis), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].
Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (elicere) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini in fumida, sicca, clara, peremptalia, affectata.....: i pubblici riguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; i privati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; i famigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.
Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.
Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.
DIVINITÀ
Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.
Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.