Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio (larario), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il lare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare come larva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.
Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi cardine la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra detta decumana; e l’intersezione costituiva il tempio.
Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori (lucumoni), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.
Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.
Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.
LUCUMONI. PLEBE
Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.
L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente uno sciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.
CITTÀ. COMMERCIO
Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico, pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima per corseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].