Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o da tiremh coltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.
ARTI E SCIENZE ETRUSCHE
Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dal mezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati (nonæ, nundinæ). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].
Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolari colla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.
LETTERATURA ETRUSCA
L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di histriones, dall’etrusca parola ister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.
Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.
Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.
COSTRUZIONI ETRUSCHE
È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.