E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.

L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante (impluvium).

SEPOLCRI

Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.

E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.

Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.

Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.

Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendono gradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.

Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.