Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argento pendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.

Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcro de’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.

Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser detti obesi et pingues[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte, corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].

Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.

Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una delle più belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.

VASI ETRUSCHI

Dovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti, descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavano urcei, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].

Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.

Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volsci come a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.

Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’un fianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.