578Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulla destra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.
534Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da 509Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena496 ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.
In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. Tre Orazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151] resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.
CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVA
A tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’erano tenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nella Scienza Nuova, e un secolo dopo il danese Niebuhr nella Storia romana: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.
Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione era fatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].
Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.
TENTATIVO DI SPIEGAZIONE
Forse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figlio d’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.
Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.