Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio si disputavano la preponderanza; e le minori genti, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.
Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si disse populus romanus quirites, mutato poscia in populus romanus Quiritium[157].
NUMA
E dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popolo in corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa. RITICerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; e ai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Il pomœrium, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono una gente togata.
RELIGIONE
Molte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzioni analoghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia, veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.
La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Dei selecti o intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono, Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi in indigéti e semoni: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.
La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettro di Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.
Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.
ANCO MARZIO