Anco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.
TARQUINIO PRISCO
Il costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.
SERVIO TULLIO
Celio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?
Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: i seguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribù rustiche. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.
TARQUINIO IL SUPERBO
A Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.
Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì, disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.