Forse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchè gl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.
I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.
Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeni ridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.
CUMA
I Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma,1300? avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani,315 rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.
REGGIO
Dagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille,723 scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciarono una scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202].300 Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra,271 e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.
PESTO
510Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopo caduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.
METAPONTO