Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità non s’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’idea, che sola rende possibile il conoscere.

La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa. Dire il vero e fare il bene[208] è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.

Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.

La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» per indicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].

Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210] diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.

PARALLELO COLLA JONICA

Quest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazione del male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro: Ipse dixit.

SOCIETÀ PITAGORICA

Mentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantando versi aurei; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciò deve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.

Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.