I PITAGORICI

Da tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.

TEANO

Fra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con larga somma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».

Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.

ARCHITA

440-360Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza straniera.

EMPEDOCLE

444-403?Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccato originale; il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία, νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte; fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano; il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana, soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si ebbe conoscenza della sua fine.

GLI ELEATICI