Non decoloravere cædes?
Quæ caret ora cruore nostro?
Orazio, Od. II. 1.
[286]. Tacito, Ann., I. 2.
[287]. Dione, lib. LIII, mette due esercitazioni retoriche in bocca a que' consiglieri della libertà e della servitù del popolo signore del mondo.
[288]. I Romani esecravano il nome di re, eppure metteano in conto di gloria l'aver avuto dei re in paese o in casa: Mecenate è lodato da Orazio perchè atavis edite regibus; Ennio da Silio Italico perchè antiqua messapi ab origine regis; la città di Vejo da Properzio perchè fu regno.
Et Veii veteres et vos tum regna fuistis;
Et vestro posita est aurea sella foro.
Augusto non volle esser detto dominus se non dagli schiavi, e proibì a' suoi figli e nipoti d'adoprarlo fra loro. Anche Tiberio nol comportò, e a chi glielo dava rispose: — Io sono principe del Senato, imperatore dell'esercito, ma signore soltanto degli schiavi». Caligola l'adottò; ma nessun altro lo seguì fino a Domiziano, che comandò espresso di chiamarlo signore e dio, e un editto cominciò, Dominus et deus noster sic fieri jubet. Plinio loda Trajano di ricusar questo titolo; pure talora glielo dà nelle sua lettere. In privato era molto in uso; Tibullo canta:
Quam juvat immites ventos audire cubantem,