Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!

Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.

Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a' pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.

Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di Roma per esso.

I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.

Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.

Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.

Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.

Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l'abbondanza a Roma.

L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].