Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.
Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.
Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.
Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.
Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.
Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».
E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».
Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.
Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani, non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.
Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].