Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.
Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].
CAPITOLO XXIII. La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre.
Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l'aborrirono come disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto; Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi i veterani di Silla, allorchè la causa de' cavalieri e degli Italiani tornò a galla, Pompeo s'accostò a questa; massime vedendosi oggetto dell'entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di ripagarlo con servizj.
Rintegrare l'autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione; e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al basso popolo il diritto ch'ei suol confondere colla libertà, quello di poterla vendere. La censura anch'essa fu risarcita, e nel primo sindacato si espunsero dall'album sessantaquattro senatori. Trattavasi di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de' proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.
Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane esercitasse l'eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato; e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo d'ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli. La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell'eloquenza; mentre coll'accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e d'onori.
I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura; e l'austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s'aveano ancora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso ed eloquente fra i latini[57]; e ne' pochissimi frammenti che ce ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra l'incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.
E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all'eloquenza, insegnarono a formarsi una traccia con un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Più non bastò che l'eloquenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e coll'energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono come avvincere l'attenzione, movere gli affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l'oratore avesse «lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d'avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne' circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d'allori, le civili tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora decidere dell'impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc'Antonio per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità in fatto di battaglie.
Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar un poema, per celia accusò l'autore d'averlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad un'asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca ridiceva duemila parole sconnesse, nell'ordine che le aveva intese; e si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci libri di Controversie, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono.
Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l'eloquenza con Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del VII secolo di Roma. Il primo, soprannominato l'Oratore e morto ne' tumulti mariani (pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l'arte di celar l'arte, tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave, eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.