Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano l'esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all'esiglio. Cicerone, fra i mezzi d'acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, massime se innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il verosimile, anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l'avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè costui è eloquente?» Tanto è d'antica data la turpitudine vostra, o giornalisti.
Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall'accusare Carbone, il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l'onestà, giacchè un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimandò.
Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall'accusare, pose cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva. Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all'accusatore che ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un'invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fôro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest'incidente, si volse all'avversario, e — Che fai costì seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virtù t'adopri? In aumentare il patrimonio? ciò non s'addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei; ma se omai nulla t'avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell'eloquenza? ma se non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo, non che d'imitarle, nè di riporle tampoco?»
Anche Marc'Antonio vantavasi d'aver salvato Norbano, imputato di sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella difesa d'Aquilio stracciò a questo le vesti d'in sul petto, e pianse, e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per la vigoria d'animo nel recitare, l'impeto, il dolore espresso cogli occhi, col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime parole.
In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava i giudici a forza d'abilità, sebbene il fievole petto gl'impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè mai eccedente.
Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106) nella regione dei Marsi, l'anno stesso che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno l'educazione di Tullio, che si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n'era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all'ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però diventavano palestre di dispute vane, d'artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso credettero bene riprovarle, come contrarie all'uso dei maggiori.
Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell'eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a viaggiar la Grecia e l'Asia, a farsi iniziare ne' misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne' giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell'eloquenza».
Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand'oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza, l'acume, l'immaginazione. Nessuno creda che, quali le leggiamo, fossero veramente recitate le orazioni sue: teneva in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s'abbandonava alla foga dell'improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que' lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].
Nè vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell'arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda superarlo: ma non s'accontenta a ciò; e vuol recare diletto, s'indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi, or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra se stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo stile, di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai un'idea se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze.
Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutti li usa come padrone; ma t'accorgi che è formato alla scuola, e v'incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa dall'inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.