Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.

Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.

Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].

Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.

Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno, quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.

Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.

Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne' pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.

La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.

Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].

È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.