La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de' giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l'adempimento del loro dovere.
Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.
Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri dell'eccesso di essi, e fatta un'intelligenza, si levarono coll'impeto di chi spezza una durissima catena.
Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa (anno 257), avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al remo; i quali repugnando, s'accordarono con tremila schiavi per far movimento, e minacciarono la quiete de' loro tiranni: ma Errio Potitio, ch'e' s'erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell'anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi figlio d'Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e accozza un grosso esercito; nell'Attica insorgono ventimila cavatori di miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l'eguaglianza degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso l'intollerabile giogo.
Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria; pratico d'incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse l'avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall'ignoranza. Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch'egli diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale mostravalo a' suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e quello, giunto ch'ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de' rilievi del pingue banchetto.
Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell'indovino e del re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a macello e stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui: Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio ucciso l'uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava infermi, li pasceva affamati.
Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a' suoi comandi mille settecento uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla brutalità d'un branco, in cui d'uomo non erasi alimentato che l'istinto della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più d'una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo l'insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina, da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].
Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla vittoria, agevolmente sono raggirate dalla politica scaltrezza, o superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133), riducendola a tali strettezze, che l'uno mangiava l'altro; e quando il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono, dopo orribili tormenti, dall'alto di quella precipitati. Enna pure per tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore indispensabile a un capo d'insorgenti, fuggì con seicento uomini, i quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l'un l'altro; ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.
Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti; ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano di ricchissimo padre, s'innamorò d'una schiava altrui, e non potendo vivere senza di lei, l'ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari, chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville, arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.
Allorquando Cajo Mario s'apparecchiava a campeggiare (104) i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d'oltremare, ne chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne in grado, perchè la più parte de' suoi sudditi erano stati rapiti dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori vindicati in libertà.