In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la gente onesta, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per divenire franchi. Questi irritati dall'insulto, cospirano: trenta schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi compagni trovano prima dell'alba; occupano un luogo forte, e lo muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre, e non riuscendo la forza, s'ajuta col tradimento. Promette impunità a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato s'accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall'altura.
Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano; e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di vicinanza in vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese, sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la vita a chiunque cedesse le armi.
Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.
Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.
Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.
Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de' sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.
Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.
CAPITOLO XX. Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.
Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de' nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll'avvelenarsi.
Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino (135?), e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.