Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l'opportunità dell'applicazione: eppure nè l'accusatore nè il difensore ne fan cenno; e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero anche nella curia minacciosi. D'altra parte sarà parso un gran che il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.

Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato uno, reo d'avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore col ripigliare l'autorità di disporre delle vite de' cittadini.

Strozzare prigionieri era facile, non così il domare nemici armati. Si propose dunque di richiamare dall'Asia Pompeo; e poichè ciò torrebbe a Cicerone la gloria d'avere spento quell'incendio, Cesare sostenne la proposta con tal vivezza, che, secondato dai tribuni, strappò dalla ringhiera Catone che si opponeva. Per castigo furono cassati i tribuni e tolta la pretura a Cesare, il quale col sottomettersi docilmente alla punizione meritò che il senato gliela condonasse.

Nè Catilina dormiva (62). Pretesseva a' suoi tentamenti il nome di emancipazione d'Italia, di salute degli oppressi; ma da buon romano e da orgoglioso patrizio non contava fra questi gli schiavi, e li respingeva dai suoi stendardi, acciocchè non paresse accomunar la causa di cittadini con quella di servi: e con una massa tumultuaria, armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall'Etruria difilavasi verso la Gallia Cisalpina, che anche allora fremeva sotto il giogo. Ma il pretore Metello Celere appostollo nella montagna pistojese sulla via che mette a Modena lungo il vallone della Maresca, fra i monti del Crocicchio e dell'Orsigna a settentrione, e quei della Capanna del Ferro e del Bagno a ostro: Marco Petrejo luogotenente del console Antonio sorgiunse alle spalle, sicchè chiuso fra due fuochi, egli dovette accettare la battaglia. Fu accannita oltre ogni dire; Catilina medesimo ferocemente combattendo perì, e seco tremila congiurati, con valore degno di causa migliore. Ma con lui cadde tutta la macchina; e la facilità con cui tutto si acquietò, ci porta a credere che quello non fosse un partito con idea determinata, bensì una cospirazione attorno a un capo, il quale i susurri di molti malcontenti accettava come mezzi di riuscita. La parte oligarchica del senato parve un tratto ripigliare il sopravvento, ma per soccombere ben tosto ai forti che la dominavano, agli scaltri che la raggiravano.

Non mi chiedete se Cicerone crebbe di vampo. Magnificava la sua impresa, e diceva: — Cedano le armi alla toga! O fortunata Roma, me console nata!.... Quinto Catulo, preside di quest'Ordine, me in pienissimo senato chiamò padre della patria; Lucio Gellio, uom chiarissimo, disse dovermisi una corona civica; il senato mi rese testimonianza non d'aver bene amministrata, ma d'aver conservata la repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj degli Dei immortali. Quando deposi la magistratura, interrompendomi il tribuno di dire quel che avevo preparato, e solo permettendomi di giurare, giurai senza esitanza che la repubblica e questa città furon salve per opera di me solo. Il popolo romano tutto in quell'adunanza, dandomi non la congratulazione di un sol giorno ma l'immortalità, un tale e tanto giuramento approvò ad una voce»[102].

È certamente bello il poter fare questi vanti, e più volentieri corrono al labbro di chi soffre dall'ingratitudine cittadina; ma difficilmente ottengono perdono, e Cicerone col ripeterli attizzava l'invidia, quanto più remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d'aver congiunto senatori e cavalieri a comprimere la democrazia, l'invidia dei malevoli lo chiamava il terzo re straniero dopo Tazio e Numa, e aspettavano tempo e luogo per fargli scontare i suoi meriti.

CAPITOLO XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.

Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana, qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione e l'intelligenza, se non bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro racconto, l'indole umana e la natura delle cose.

Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari, delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali ridur nell'ombra; perciò le arringhe de' personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de' partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intenti; e quei che lasciarono memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto e mascherare la calunnia o l'adulazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell'arte.

Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d'Amiterno divenuto cittadino romano nell'ultima emancipazione, raccontò la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto all'utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano d'appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll'oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s'offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.