Ciò che n'avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è la vigoria con cui scolpisce i caratteri, la sobrietà degli ornamenti, l'immortale brevità, l'efficacia della parola, per istudio della quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss'egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto non rifina d'encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj, che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore surrogati lo scialacquo, l'avidità, la sfacciataggine.

Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie, fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dal colle opposto (collis hortulorum), parvero degni di soggiornarvi gl'imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate e l'ammenda[104]: collocato a governo della Numidia, la rovinò colle concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta, fu depennato dall'album de' senatori. Oltre le materiali inesattezze di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina, e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d'ogni bruttura: eppure di mezzo a' suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre non altra lode che la meschina d'ottimo console e di buon dicitore attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch'era nemico; di quello forse complice.

Tito Livio da Padova (59 av. C. — 18 d. C.), il miglior narratore che s'abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua opera un poema, esponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconcie all'effetto. Storici, oratori, poeti gemano sulla decadenza di Roma: Livio, benchè ne confessi i vizj presenti, vuol mostrare in che modo essa salì in tanta grandezza[105]; e abbagliato da quella, e credendola eterna, non discerne la virtù e la giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se nol può, le attenua coll'esagerare i torti dei vinti; fra gli obblighi di questi conta pure il credere a Roma quand'essa si proclama di origine divina[106]; ed ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo. Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s'addirebbe la discussione colla magnificenza: sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di ripeterle senza nè affermarle nè combatterle[107]: gli stanno davanti archivj immensi, non ha che a salire in Campidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perchè non ne verrebbe un solo nuovo vezzo al suo quadro: talvolta cita gli autori antichi e ne libra le asserzioni, ma superficialmente, e non per desumerne il preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e più comodo gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre cogliendo nel segno[108]. Il meraviglioso è più poetico, i prodigi sono opportunissimi a ciò, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportuno il grandeggiare de' patrizj, opportune le parlate, e l'affettar di credere alle cagioni divine più che alle terrestri.

Per verità lo scrivere la storia romana senza i prodigi, i vaticinj, gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l'ommettere i frati e i miracoli in quella del medioevo: pure Livio trascese in tal genere, massime scrivendo in secoli ove più nulla si credeva. — So bene (dice) che quell'indifferenza (negligentia), per la quale gli spiriti forti non credono che gli Dei presagiscano alcuna cosa, vorrebbe non se ne raccontassero prodigi. Ma a me scrivendo di cose antiche si fa in certo modo antico l'animo, e una tal quale religione m'insinua che, quel che persone prudentissime pubblicamente credettero accettare, sia degno d'esser riferito ne' miei annali»[109]. Invece le particolarità sulla forma del governo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco? ed egli le neglige, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze che partorirono l'eguaglianza e la libertà; chiede quasi perdono se di mezzo alla guerra punica si divaga sopra le questioni intorno al lusso, recate dalla legge Appia[110]; e sempre sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti; nè sa piegarsi ad intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo l'indole di ciascuno, ma tutti li foggia sul tipo preconcetto, come di tutti i personaggi fa degli ideali di vizj e di virtù. L'epoca regia e l'aristocrazia patrizia frantende; nei tribuni del quarto secolo disapprova i demagoghi dell'ottavo; mentre applaudisce a quelle che giudica virtù, non s'avventa iracondo al vizio. Pende verso la repubblica o, dirò meglio, verso l'antica aristocrazia, talchè Augusto lo chiamava il mio pompejano; ma perchè era la moda, era l'innocuo liberalismo del mondo colto: nè però s'irrita contro le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e riconciliare i cittadini colla presente condizione; s'assodi pure la monarchia, purchè non leda la legalità.

In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo che non consultò col senato e si fece superiore alla volontà generale: «ma non è dubbio (soggiunge) che questo Bruto, il quale tanta gloria acquistò per l'espulsione di un tiranno, avrebbe sovvertito la pubblica cosa se per desiderio prematuro di libertà avesse strappato lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi»[111]. Nè ad esso Bruto, istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole congedarsi da ciascuno de' suoi eroi; precauzione dovuta ad Augusto, sotto cui scriveva. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse per ciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne estraeva arringhe che girava recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei centoquarantadue libri che forse erano, soli trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca tutta la seconda decade, e la narrazione degli ultimi tempi della repubblica, cioè di quelli che or raccontiamo: pure queste ruine sono il più augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza d'una nazione.

Informati che ci siamo sugli storici, ecco gli avvenimenti assumere tutt'altra fisionomia qualora si confrontino cogli oratori, colle leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica ebbe sempre gran parte nei fatti de' Romani, e neppur essa applicossi a porre in luce il vero e nudare il falso, bensì ad ottenere vittoria in un assunto, in una causa. Il popolo accorreva ad ascoltare le arringhe, come noi al teatro, dilettandosi alle belle parole, alle acconcie frasi, alla storiella, alle lepidezze, all'artifizio di travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura; la verità era l'ultimo de' suoi intenti; e però applaudiva, fischiava, divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quei brani d'eloquenza passarono nella storia come reali dipinture di caratteri; e giudichiamo Catone, Pompeo, Antonio, secondo le declamazioni de' retori, e del migliore fra essi Marco Tullio, senza tampoco avvertire com'egli conchiuda tutt'al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e massime nelle epistole, che sono il documento più importante su questi tempi. Non le destinava egli alla posterità, onde rivelano l'uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue, le virtù, le speranze, le debolezze, con mille particolarità che l'amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi. Egli poi od i suoi amici le scriveano sotto l'impressione degli avvenimenti; e poichè gli avvenimenti erano importantissimi, piace oltremodo il cogliervi quelle gradazioni di caratteri che allo storico sfuggono, e addomesticarsi coi pensamenti e coi ragionari de' più insigni contemporanei, che collegati nel sentimento d'un dolore comune, espongono la porzione che in particolare ciascuno soffre de' pubblici guaj, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso.

Come avviene in età operose, molti scrissero i proprj ricordi, fra cui Silla, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo; in greco però, giacchè, come dice Cicerone, le cose greche si leggono per tutto il mondo, le latine rimangono ne' proprj angusti confini. Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio Cesare.

Di alcuni di questi compilò le vite il greco Plutarco, quasi un secolo dopo Cristo, usando abbondantissimi materiali ora periti: ma que' materiali egli raccozza, non fonde, non confronta, non ne concilia le antinomie, spesso li frantende. Oltre la classica cura dello stile più che delle cose, tende meno a scoprir il vero che a dipingere caratteri e passioni umane; non esamina la credibilità de' testimonj, non accerta le età, non conosce i luoghi; e lasciando che altri lo raccomandi come morale, noi non crediamo possa da lui ritrarsi la genuina immagine di quegli eroi, ch'egli stesso non comprese perchè non sapeva identificarsi coi tempi. Cesare e Pompeo ci mostra ben altri che nella storia; di Cicerone racconta i sogni, i motti, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni, ignorando la lingua latina: tanti prodigi, augurj, superstiziose cause di eventi grandiosi egli accumula, quanti ora, non che uno scrittore, neppur una donnicciuola farebbe: digiuno di politica, la più solita ragione degli avvenimenti gli è la volontà degli Dei, macchina metafisica la quale, quanto ingrandisce il concetto della storia generale, tanto alle particolari toglie e dignità e istruzione.

Con siffatti elementi è pur difficile, nell'esposizione dell'ultima età repubblicana, giungere ad un risultamento che appaghi la ragione, per quanto tu colga i punti essenziali dei dibattimenti d'allora, ed elimini gl'incidenti parziali ogniqualvolta non servano a ciò che importa, la rivelazione dello stato sociale. Per non essere a continua capiglia coi nostri autori, e non trarre in inganno i lettori ove la narrazione nostra proceda sicura e dogmatica, li vogliamo premuniti, che la storia tramandataci dai classici antichi e trascritta dai classici moderni ha fondamenti poco più sodi che un romanzo storico, se non in quanto la dividono da noi duemila anni; e che molti fatti traggono spiegazione dai posteriori, e dall'esperienza civile di altri tempi. Che se ci scosteremo talora dal modo convenzionale di narrare questi fatti, più spesso dal comune stile di valutarli, niuno ci supponga prurito di paradossi: neppur si trovi soverchia tale arroganza sopra un campo ancor sì poco sicuro, e dove molto demolì ma poco fin ora ricostrusse quella critica, che, se fosse ardita insieme e rispettosa, immaginosa ed erudita, analitica e ricompositrice, formerebbe il vanto della nostra età.

Nei turbamenti catilinarj niuna parte avea presa Pompeo Magno, occupato in Asia contro Mitradate (62); ma il suo ritorno facea temerne di nuovi. Di fatto la legge Gabinia gli aveva conferita un'autorità, quale a nessun altro capitano mai; e a buon diritto i patrizj esclamavano che neppur Silla aveva tanto usurpato per viva forza, e che la repubblica ormai trovavasi ridotta a monarchia.