Abbiamo ripetuto come il pubblico potere rimanesse scompartito fra molti magistrati, l'uno in contrasto coll'altro; dal che restavano impediti gli eccessi o difficili gli accordi. Ora ogni temperamento era tolto via dalle commissioni straordinarie; e quando non la si sapea salvare che coll'affidarla a un uomo solo, la repubblica non sussisteva più che di nome, e ognuno potea voler farla sua. E lo voleva Pompeo; pure dissimulava l'ambizione, e quando si udì destinato a combattere Mitradate esclamò: — O che? non mai un po' di riposo! non poter mai vivere quieto con mia moglie! Beato chi passa i giorni nell'oscurità!» Poi, quando molti temevano non conducesse contro la repubblica l'esercito, guadagnatosi coi denari della repubblica, lo congedò; non che ostentasse il lusso di Lucullo e degli altri reduci d'Asia, da privato attraversò la Grecia ascoltandone i filosofi, modestissimo l'Italia, accolto però da tutti con indicibili feste, e aggiungendosegli sempre nuove forze per accompagnarlo a Roma. Le sue vittorie, il carattere, la splendidezza de' giuochi, fino i torti della moglie Muzia ch'e' fu costretto repudiare, contribuivano a renderlo l'idolo della città: ma di silleggiare[112], come avrebbe potuto agevolmente dopo ridotta precaria l'esistenza della repubblica, gli mancò non la voglia, sì bene l'attitudine.

La fortuna gli aveva risparmiato quelle traversie, in cui un uomo si ritempra; lodi intempestive lo intitolarono imperatore ancor giovinetto; quando cadde malato parve pubblico lutto, tant'erano universali le preci, poi universali le feste per la sua guarigione: onde dovette credersi potentissimo sulla moltitudine, e necessario alla patria, alla libertà, al popolo, ai cavalieri, al senato, i quali ad ora ad ora si gettavano nelle braccia di lui, perchè sentivano che potrebbero strigarsene appena avessero conseguito l'intento. Ambizioso delle apparenze più che della realtà, per imitazione di Silla si tolse dal governo, del quale in fatto mal conosceva le particolarità; invece delle arti solite di frequentare il fôro, accusare, difendere, assistere clienti, sottraevasi agli sguardi pubblici, poi ad ora ad ora si mostrava con un corteggio sconveniente, quasi a rimovere la famigliarità cittadinesca; credeva onorare coloro cui permettesse d'essergli amici; e li trattava con aria da patrono; sempre aspettava che Roma venisse a cercarlo come unica sua tavola di salvezza. Ma la libertà ha i suoi puntigli, e col mostrare che i favori le siano rapiti, vuol essere dispensata dalla vergogna del prodigarli. Or quella franchezza, direi impudenza, che vuolsi per padroneggiare i partiti, Pompeo non l'ebbe; introdusse innovazioni, ma che dissepelliva dal tempo vecchio, e ch'erano reclamate dal pubblico; non osava compir nulla, benchè tutto desiderasse; sollevava la lepre senza saperla cogliere. Col farsi legalmente attribuire sconfinati poteri, col lasciarsi paragonare ad Alessandro Magno, e chiamare l'unico propugnacolo di Roma, coll'orzeggiare fra i partiti, e corrompere il popolo mediante le largizioni, e mettere a prezzo i suffragi, spianava la via della tirannide a chi meglio di lui saprebbe camminarvi. Costoro che, violando la costituzione senza sapersi piantare di sopra d'essa, non vogliono obbedire e pur non sanno comandare, sono i pessimi nemici delle repubbliche, uccidendone la libertà senza recarvi la calma del dispotismo.

Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant'egli aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a' soldati di lui: e deh qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch'erano divenuti per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»; talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere; si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per unico appoggio le fazioni di piazza.

Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo, che non gli sapea perdonare d'avergli in Asia rapito gli allori tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella guerra servile. Questi s'era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò, grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d'allora comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani, amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature, gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli del fôro, metteva la sua mediazione e l'abilissima eloquenza a disposizione di chiunque avesse uopo d'un patrono; e qualora Cesare, Marc'Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti; alla guerra molti l'accompagnarono per pura benevolenza; in pace servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico, nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne' tumulti a questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.

Di mezzo alla corruttela d'allora come un rudero antico campeggia Cajo Porcio Catone. Degno discendente dell'antico censore, aveva irrigidita la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come primo dovere la coerenza e l'unità, aborrendo que' temperamenti, a cui l'onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori de' Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso, ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch'e' sia ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta avesse imparato, ebbe la fortuna d'aver a maestro Sarpedone, che al continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni. Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d'uomini insigni, Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè non dare una spada a me onde liberare la patria?»

Amava tanto il fratello Cepione, che a vent'anni non aveva mai senza lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava l'eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi, mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto, sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul rimbrottare il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo. Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l'iniquità. Cicerone, avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di cozzo, deplora più volte l'inflessibilità di costui, che «parlava come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma esso, come l'ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console ridicolo abbiamo!»[113].

Quanto si forbisse dall'universale corruttela ne diede prova il popolo allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena, aspettò ch'egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente, che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio io opero». Eletto questore, di una carica che prima si ambiva per l'opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel che privati doveano all'erario: e trovate le quietanze de' sicarj e degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un'altra volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per comprar voti.

Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar questo coll'esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina: ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti s'interposero; invano trovò il fôro pieno d'armati e gladiatori; egli s'avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al tribuno fazioso e micidiale alla libertà.

Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all'umanità; al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura. Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con satire violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un'altra moglie. Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.

Tutt'altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo Giulio Cesare (n. 100) fu uno de' maggiori personaggi dell'antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall'epilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga; però l'atante statura, l'occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v'avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da' suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl'inducono la persuasione che l'unico posto a sè conveniente è il primo. D'altra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l'autorità sua.