Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone lo intitolava, nessun'ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d'una bandiera, che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode Antonio, e la morte de' due consoli (talmente opportuna, che gli fu imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria e il titolo d'imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone, quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la via delle Alpi, presentissimo com'era ne' disastri; persuase, sedusse, incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli incamminò verso l'Italia.
È sempre grande il numero di quelli che ne' capi desiderano la debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere insufficiente, molti intravvidero le sue ambizioni, e come fosse necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse. Pertanto, dimenticatine l'orgoglio e i trasporti, Antonio fu considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono ad Ottaviano l'ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l'altro i capi degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione; rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell'ultima battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti da' suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo di que' soldati, salvo poi a disfarsi di questi.
Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi per cinque anni un nuovo triumvirato per ristabilire la repubblica (ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia ne' Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono le provincie, conservando indivisa l'Italia. Ottaviano, a capo dell'esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.
I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido custodirebbe l'Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti in diciotto delle migliori città d'Italia, snidandone i prischi possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento, Rimini, Mantova, Cremona.
Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto: — Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto coll'odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj, ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda gl'innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno segreti»[272].
Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue e di costernazione: poi altri cencinquanta furono designati, poi altri. L'esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l'abbandona, sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch'e' preferisce recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n'è ricompensato coll'eredità. Un altro assalito, implora un sol momento per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde. Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e spendendo ogni ben suo nell'esequiarlo.
Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando l'onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d'averlo tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.
Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto dei padroni, lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla propria casa: alcuni colle spade s'aprirono il passo fin al mare. Un fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da' sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone, e poichè lo vide pauroso d'esserne tradito, — Pensate voi (disse) che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti, ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale dall'inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.
Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri sacrificarono l'un all'altro un particolare amico, onde farsi abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi avanti alla camera ove l'avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un lato, e in mano l'oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od uccidesse lei pure, rea d'averlo campato.
Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l'altro perchè disobbediente.