Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l'idea d'uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l'ultima e la men rara virtù de' Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».
Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò: — Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»; contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l'inviò a Fulvia moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il capo d'uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero reato. Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico de' suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volontà della moltitudine.
Accanto, qual altra destra è confitta? quella di Verre: l'accusato presso l'accusatore in quella terribile eguaglianza che i padri nostri hanno spesso veduta nella Rivoluzione francese. Esulato ventiquattro anni, Verre profittò dell'amnistia di Cesare per tornare: Antonio il richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj; avutone rifiuto, lo scriveva sulle tavole, e uno scellerato puniva scelleraggini contro cui si era spuntata la legge.
Benchè in quella proscrizione, atroce più dell'altre, fosse perfino ordinato di gioire delle commesse crudeltà, Cicerone fu pianto dai senatori e dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione, consegnò il liberto delatore a Sempronia vedova di esso, la quale, dopo squisiti tormenti, lo obbligò a recidersi da se stesso brani della propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se non rimorso, indelebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo; Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone; Virgilio rammentando le glorie romane, cede alla Grecia il vanto di perorar le cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da questo colle opere di Tullio alla mano, tentò nasconderle; ma egli, preso il libro e scorse alquante pagine, glielo restituì dicendo: — Fu grand'uomo ed amante la patria».
Queste dimostrazioni dell'insolente Antonio e dell'atroce Ottaviano erano tributi resi all'opinione pubblica, le cui grida obbligarono gl'inumani triumviri a punire due schiavi traditori dei loro padroni, e premiare uno che avea salvato il suo. Molti proscritti furono protetti dalla plebe: Oppio, che avea portato suo padre in ispalla fin allo stretto ove imbarcarlo per la Sicilia, fu revocato, ed essendo concorso all'edilità, il popolo si esibì a sostenere le spese degli spettacoli che quella carica portava, e gli offerse quanto dodici volte il valore dei beni confiscatigli.
Se dunque a tale abisso di mali potea sperarsi riparo, se una dottrina doveva redimere l'immensa corruzione romana, non era ad aspettarsi dai palagi o dalle scuole, non dal coltello d'aristocratici, ma dal vulgo, dagl'ignoranti, dai poveri di spirito; e di là sonò.
Que' territoristi s'inebbriavano nel delitto; ed i loro guerrieri, dalla strage e dal saccheggio irritati al saccheggio e alla strage, ardirono fin chiedere ad Ottaviano i beni di sua madre, morta allora. Ma la proscrizione, il rapire quant'oro od argento si trovasse monetato o in vasi, e le somme deposte nelle sacre mani delle Vestali, non aveano prodotto gli ottocento milioni di sesterzj, occorrenti alle spese della guerra: onde i triumviri imposero una contribuzione a mille quattrocento delle più ricche dame, parenti de' proscritti. Esse non tralasciarono via alcuna per esimersene: da ultimo si presentarono al tribunale de' triumviri, dove Ortensia, figliuola dell'oratore, a nome di tutte espose quanto fosse iniquo l'avvilupparle nella colpa dei parenti e nelle civili dissensioni, fra le quali nè Mario nè Pompeo nè Cesare avevanle obbligate a patteggiare; e — Ben seppero le donne offrir altre volte i loro giojelli per salvare la patria da Annibale; ma ora sovrastano forse i Parti? forse i Galli? E son queste le guise con cui voi aspirate al titolo glorioso di riformatori della repubblica?»
A quella sicurezza di ragioni i triumviri opposero la forza de' littori: ma il popolo fremette all'indegnità, sostenne le donne; la multa fu applicata a sole quattrocento, alle altre surrogando centomila uomini, tassati smisuratamente. Gli esattori armati trascorsero a tali violenze, che i triumviri dovettero imporre al console di reprimerle: ma questo, nulla osando contro i terribili legionarj, s'accontentò di far crocifiggere qualche schiavo.
Satolli di sangue e d'oro, i triumviri raccolsero i senatori sopravissuti, e dichiararono finita la proscrizione: solo Ottaviano, cui il titolo di vindice di Cesare esimeva dalla compassione, dall'umanità la vigliaccheria, dichiarò riserbavasi di punire qualc'altro. Poi, senza domandarne il popolo, designarono i consoli per l'anno vegnente, pretori e edili per molto tempo, acciocchè, assenti loro, queste cariche non sortissero a persone mal affette. Ripartitosi l'oro e i soldati, e lasciando a Roma Lepido come console, Ottaviano mosse per Brindisi, Antonio per Reggio, affine di recare in Oriente l'ordine e la pace che avevano in Italia stabilita.
In Oriente dunque tornavasi a competere la dominazione del mondo, come già tra Cesare e Pompeo. Cassio e Bruto, non secondati dal popolo romano, s'erano ricoverati ad Anzio, e il senato, volendo pure appoggiarli, (44) affidò loro la commissione di mandar biade alla città, Bruto dall'Asia, Cassio dalla Sicilia; il che porgeva loro un mezzo di amicarsi i governatori delle provincie, e di poter raccogliere navi. Ma attraversati dai fautori d'Ottaviano, passarono in Grecia; e Bruto staccatosi da Porzia, la quale virilmente sopportò anche quel dolore[273], approdò ad Atene.