Gli scontenti (41) fecero capo a Lucio Antonio fratello e a Fulvia moglie di Marc'Antonio, quell'atroce dissoluta di cui già dicemmo, e che fattasi potente sopra i consoli e sopra Lepido, governava Roma a talento. Irata al marito che i nuovi amori ostentava, aborriva anche Ottaviano perchè le negava corrispondenza[277], e tanto più quand'egli ripudiò Clodia figlia di lei; lo tacciava che coi distribuiti terreni volesse agevolarsi il tiranneggiare: i veterani d'Antonio che doveano aver denari non terreni, e gl'Italiani spossessati patteggiavano con essa, donde ogni giorno capiglie e uccisioni, incolte le campagne, chiuso il mare dai Pompejani, Italia affamata. Anelante di vendetta, e persuasa che solo la guerra potesse svellere Antonio dalle braccia di Cleopatra, Fulvia si ritirò a Preneste, e quivi con elmo e spada passava in rassegna le legioni, dava la parola d'ordine e tutto come capitano. L'esercito, dichiarandosi arbitro fra i competitori, citò Ottaviano e Fulvia a Gubio. Il primo venne sommessamente: l'altra se ne rise, e questo fu la sua rovina. Malgrado che alcuni senatori cedessero ad essa i loro gladiatori, Lucio Antonio si trovò chiuso in Perugia, e ridotto a fame rabbiosa: onde lasciati morire gli schiavi e i servi, per salvar tanti prodi, uscì in persona a trattare con Ottaviano, che promise perdono a chiunque cedesse. Ma avuta la città, fece uccidere alcuni primarj; e trecento cavalieri e senatori perugini condannò ad essere scannati dai sagrificatori, gli idi di marzo, sull'altare di Cesare[278]: (40) la città andò in cenere; Lucio fu mandato proconsole in Ispagna; Fulvia ed altri ricoverarono in Sicilia o in Grecia. Ottaviano, rimasto unico padrone d'Italia, entrò in Roma, trionfante de' proprj cittadini in guerra deplorabilissima, ove non si trattava che del ripartire le spoglie tra i forti.
Antonio dai molli ozj d'Egitto fu scosso allo schianto della guerra di Perugia e alle minacce dei Parti; e udito che Ottaviano aveva occupato la Gallia Transalpina, per patto predestinata a sè, l'ebbe come una dichiarazione ostile, e volse all'Italia, congiungendosi i Pompejani, e sconfiggendo chi s'opponeva. I soldati, stanchi di battaglie e vogliosi omai di godersi nella pace i campi ottenuti, costrinsero Ottaviano a cercare accomodamento: e a Brindisi abbracciatisi i due gran nemici, si stipulò che i triumviri dimenticherebbero il passato; Antonio, essendo morta Fulvia, sposerebbe Ottavia, sorella del collega, bellissima e virtuosissima: poi si spartirono il dominio in modo, che restavano a Ottaviano la Dalmazia, le due Gallie, la Spagna, la Sardegna; ad Antonio quant'era dall'Adriatico all'Eufrate; a Lepido l'Africa; l'Italia in comune per levarvi truppe colle quali farebbero guerra, Antonio ai Parti, Ottaviano al giovane Sesto Pompeo.
Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo di que' pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno; e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava l'Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze, tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre s'uniformava sempre ai consigli d'amici, onde fu detto ch'era liberto de' suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch'egli conservi per cinque anni la Sicilia, la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj per equivalente de' beni paterni confiscati; conferito il pontificato massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento; alleggerita la condizione de' proscritti; ai legionarj suoi, terminata la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri; egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi, fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch'io sferri; porta via costoro, e tu sei padrone dell'impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».
Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno. L'antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne' loro figli: Ottaviano occhieggiava il destro d'invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l'altro le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno nuovi dissidj; inevitabile la guerra.
Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di Corsica e di Sardegna.
Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati, Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest'ultimo, della chiarissima famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco, ingegnoso uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s'appagava di restare cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: — Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch'io viva; anche in croce, purch'io viva». Ma gran senno mostrava ne' consigli; e perchè non ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s'adoperava Agrippa.
Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo, l'incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse l'insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere d'Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero a collocarvi Ottaviano col risarcire l'ordine, surrogare agli indocili veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.
Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile e Nauloco (35), mandandone l'armata in fiamme. Dei capi, alcuni furono uccisi, altri s'uccisero: Ottaviano che, non reggendo a veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò colmo di gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori, e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.
Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d'Africa con grand'esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere, mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l'altro sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde, vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l'avevano sollevato, tristo cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice; e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.
Restavano a disputarsi l'impero Ottaviano e Marco Antonio. Il primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano; quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti, corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe' tuoi bambini». L'esercito applaudì all'ardito; Ottaviano si ritirò: ma il tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i prischi coloni lasciavano deserti.