Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non trionfò che l'imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe immortale.

Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse a provincie la Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la gente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde il conto tornerebbe a cenventi milioni d'abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.