Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela (Domodossola) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione della Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava, l'alpi Carniche, il monte Cetio (Kahlengebirge) e il Danubio; all'est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria (Aosta), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.

Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza (8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v'ottenne.

Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati (6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria, era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.

Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.

Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso (Hastenbeck) (16) riportò segnalata vittoria su Erminio.

Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest'immensa maestà della pace romana, che in somma significava un'incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.

Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.

Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso al talamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza donna, o morto senza prole».

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.