A gran pro di Metello venne l'avere per luogotenente Cajo Mario, che provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d'un colpo. Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj, e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l'antica nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che sorgevano per merito proprio.
Messo a capo dell'esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l'amicizia dei Romani, (106) e la compra col tradire l'ospite genero, consegnandolo a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea variar di guise, e congiungere all'astuzia il coraggio. Mario lo trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch'e' faceva al vedersi incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani ch'egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini d'oro strapparongli l'orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro, senza ch'ei proferisse altro se non, — Com'è freddo questo vostro bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita tra l'infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba, riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo col suddividere. All'altro corno della Sirte eransi piantati i Greci, costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d'un ricco commercio, di là sorvegliavano l'Egitto, come dalla provincia la Numidia.
Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d'oro in verghe, cinquemila settecensettantacinque d'argento e ventottomila settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest'uomo nuovo e grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito d'un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione dei tribuni, fu trasferita in essa l'elezione dei pontefici; stabilito che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di Giugurta.
Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo discorso (vol. I, pag. 191), la più forte stanziava in riva all'oceano settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland, poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico, e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell'Italia verso le alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l'orda devastò quant'è dal Danubio all'Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i valloni delle alpi Elvetiche.
Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso il Rodano sulla nuova provincia romana (Provenza), e riportarono insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli indulgevano alle blandizie d'un clima beato e d'improvvisa opulenza, ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille libbre d'oro e quindicimila d'argento dirizzò verso Roma, ma sulla via dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la lealtà.
Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano distrutto da que' Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al dio Belen gettarono nel Rodano l'argento, l'oro, i cavalli, uccisero i prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l'Alpi e i Pirenei. Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea; ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi Roma col ferro non coll'oro? chi, se non il generale che allora appunto ritornava incoronato dei lauri numidici?
Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria pesante, quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo necessario, dacchè la classe de' coltivatori liberi, di cui sole vasi empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro: — Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».
A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato, che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche questa volta ammutolirono davanti alle armi. L'esercito riordinato condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla foce, e che formò la ricchezza de' Marsigliesi.
Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l'Italia per l'Elvezia e il Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre, il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte, e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei stanco di vivere, va e t'appicca».
Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva allorchè i Teutoni, sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl'impeti, ma come videla infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all'urto, presero le armi e impedirono ai Romani d'invadere l'accampamento, finchè una nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti o presi.