In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù pel ghiaccio sui loro scudi, all'orlo d'orribili precipizj, quasi sbraveggiando il pericolo e l'intemperie; poi calati pel Tirolo in val d'Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l'esercito del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più davanti, ond'egli s'ammazzò.
I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al Po, quivi s'assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il Ceno». Bojorice lor re negò fede all'asserto, e venne egli stesso al campo romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e per determinare d'accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e l'accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio) trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia, e d'essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette dell'onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.
I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante d'allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco. Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di me fissi tutti gli occhi. M'incaricaste di far guerra a Giugurta, del che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio affidare l'impresa a uomo di antica stirpe e d'illustri avi, ma di nessun esercizio nella milizia, che tremi e s'avacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so d'alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch'essi leggono, le ho vedute; quel ch'essi dai libri, io l'imparai militando. Spregiano essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare soldati, null'altro temere che l'infamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma padrone dell'esercito. Mi chiamano zotico perchè non so imbandire lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo; e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la forbitezza, all'uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che s'insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la morbidezza e l'ozio ad essi non sono d'impedimento, son di ruina alla repubblica».
Dalla fazione aristocratica, ch'egli non solo compresse ma insultò, Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl'Italiani in generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario, ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra' suoi contemporanei; l'oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d'una volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.
Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro Barbari, bensì nell'Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un'occhiata, prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.
Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or sono valli dell'Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica, Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo a libeccio, a levante l'Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini, il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al sud-ovest.
I Liguri, fra l'Alpi, l'Appennino, la Macra e il mare, toccavano a levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d'esse alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti marsigliesi di Nizza e Monaco, gl'Intimelj e gl'Ingauni; a levante dei quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani, cui sembra appartenesse Lucca[21].
Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano gli Ercati, i Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale, fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati, i Casmonati, gl'Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].
Seguendo la curva dell'Alpi, le cui vette erano occupate da genti galliche, nelle valli inferiori s'incontravano i potenti Taurini «colà dove la Dora in Po declina»[23]; a settentrione e a levante i Libici sulla Sesia, i Levi sul Ticino[24]. Più alto nelle valli dell'Alpi stanziavano i Segusiani sulla piccola Dora; i Salassi sulla Dora maggiore, dove poi Augusto fabbricò Aosta a cavaliero delle due strade dell'alpi Graje e Pennino; i Lepontini, che dieder nome alle Alpi fra il Monterosa e il piccolo Sanbernardo, possedevano alcune città nella Gallia Cisalpina, e fino Omegna.
La Gallia Transpadana era divisa fra Insubri e Cenomani: dai primi dipendeano i Marici, abitanti fra i Levi del Ticino e i Vertacomagori, e gli Orobj, stanziati a Novara, Como e Bergamo[25]; i Cenomani s'erano piantati nelle città, forse d'origine etrusca, di Brescia colla sua rôcca Cidnea, Verona, Mantova. Al Mincio arrestavasi il dolce parlar veneto, e cominciava l'aspro gallico.