[56]. In hanc rem constat Catonis præceptum pene divinum, qui ait: Rem tene, verba sequentur. Così nell'Arte retorica di Giulio Vittore, scoperta dal Maj.
[57]. Hominis, ut opinio mea fert, nostrorum hominum longe ingeniosissimi atque eloquentissimi. Pro Fontejo.
[58]. Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, cœnandi magistros. Puto enim te audisse... illos apud me declamitare, me apud illos cœnitare. Ad familiares, IX. 16.
[59]. De officiis, II. 10.
[60]. In Bruto, 19.
[61]. Cicerone fa così narrare il fatto da esso Antonio: — Non vogliate credere che nella causa di Manio Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure d'antichi eroi, o i favolosi loro travagli, nè a sostenere un personaggio da scena, ma a parlare in mia propria persona, far potessi quel ch'ho fatto per conservare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo ch'io mi ricordava essere stato console, un generale d'eserciti, cui il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vederlo, dico, sbattuto, costernato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per movere gli altri a compassione, ch'io mi sentii tutto intenerito. Mi accôrsi allora veramente della straordinaria commozione de' giudici, quando quell'afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta sul petto, e mostrai le cicatrici: il che non fu effetto di arte, ma sì d'una gagliarda commozione d'animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedente, che colle lacrime sue più compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorchè a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone l'ajuto per la causa comune di tutti i capitani; questi tratti patetici, e l'invocar ch'io feci tutti gl'iddii e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati; e per quanto avess'io saputo dire, se detto l'avessi senz'esserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori». De oratore, II. 45.
[62]. Svetonio, De claris rhet., II. Conyers Middleton nella Vita di Cicerone dà la storia di quel tempo, ma soverchiamente parziale al suo eroe. Prima ancora, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quæstura et M. T. Ciceronis historia, in bel latino difendendo l'Arpinate da Dione e Plutarco, tediando però coll'uso d'un'allegoria perpetua secondo i tempi, giacchè suppone che un questore presenti le azioni di Cicerone in forma di moneta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio di quest'età non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone stesso, principalmente al modo che le ordinò e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schütz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistolæ ad Atticum, ad Quintum fratrem, et quæ vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine dispositæ, ecc., ristampate a Milano in 12 vol. in-8º colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicéron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Panckoucke, Parigi 1835: e nel 1842 si pubblicò Cicéron et son siècle par A. F. Gautier. A Leyda si stampò una biografia di Tullio, scritta da W. Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo M. T. Ciceronis commentarii rerum suarum, seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quæque annum referuntur quæ in his commentariis memorantur. Una ho posta io negli Italiani Illustri.
[63]. A Tirone liberto di Tullio attribuiscono l'invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che poi quest'ultimo scrivesse le orazioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et præeteritis, orationes scribimus, num irati scribimus? Tuscul., IV. 25. Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur. Brutus, 24. Nei momenti d'ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di mettere la stessa a due diversi lavori. Nunc negligentiam meam cognosce. De gloria librum ad te misi; at in eo proœmium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proœmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliquod σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi etc. Ad Attico, XVI. 6. Un'altra disattenzione sua ci occorre nel lib. V De finibus, ove finge che gl'interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch'egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli.
[64]. Che Cicerone riponesse in ciò la finezza dell'arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. Brutus, 91.
«Cicerone (diceva Apro nel Dialogo Della corrotta eloquenza, che si attribuisce a Tacito) fu il primo a parlar regolato, a scerre le parole e comporle con arte; tentò leggiadrie; trovò sentenze nelle orazioni che compose sull'ultime, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto conoscere il meglio, perchè l'altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude, s'altera tardi, si riscalda di rado, pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti; è quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco e lustro».