[105]. Ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quæ vita, qui mores fuerint, per quos viros, quibusque, domi militiæque, et partum et auctum imperium sit; labente deinde paullatim disciplina, veluti desidentes primo mores sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire cœperint præcipites, donec ad hæc tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, pervenutum est. Præfatio.

[106]. Ea belli gloria est populo romano, ut, quum suum, conditorisque sui parentem Martem ferat, tam et hoc gentes humanæ patiantur æquo animo, quam et imperium patiuntur. Ivi.

[107]. Quæ ante conditam, condendamque urbem, poeticis magis decora fabulis, quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec affirmare nec repellere in animo est... Datur hæc venia antiquitati, ut, miscendo humana divinis, primordia, urbium angustiora faciat. Ivi.

[108]. Fa che un legato romano vada agli Etolj alle Termopile, sgarrando le parole di Polibio ἐπὶ τὴν τῶν Θερμικῶν σύνοδον, che indicano la città di Termi in Etolia. Un trattato co' Macedoni, riferito esattamente da Polibio, è franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio, dando le ragioni per cui preferisce l'una: poi in appresso adotta l'altra senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell'indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti; come per es. i trattati di federazione o di pace (lib. XXI. 2; XXIII. 33; XXVI. 24; XXIX. 11. 12; XXX. 37. 45; XXXIII. 30; XXXIV. 35; XXXVIII. 9. 38); i fasti e gli annali de' magistrati; i libri lintei riposti nel tempio di Moneta (IV. 7; XIII. 20. 23; IX. 18. 38; XXXIX. 52); le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne' tempj (II. 33; IV. 20; VI. 29; X. 2: XL. 52; XLI. 28); gli elogi funebri e i titoli delle immagini de' maggiori (IV. 16; VIII. 40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti; le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali; e la scoperta del senatoconsulto de' Baccanali attestò ch'e' lo avesse veduto, giacchè spesso adopra le parole medesime.

[109]. Inter bellorum magnorum... curas, intercessit res parva dictu, sed quæ studiis in magnum certamen excesserit. A principio del lib. XXXIV.

[110]. Lib. XLIII. c. 13.

[111]. Lib. II. c. 1.

[112]. Formo questa voce sull'esempio di Tullio, il quale (ad Attico, lib. IX. ep. 10) scriveva: Hoc turpe Cnejus noster biennio ante cogitavit: ita syllaturit animus ejus, et proscripturit.

[113]. Sallustio fu protetto da Cesare, contrariato da Catone: or ecco come ne parla: — Dopo che per lusso e negligenza la città fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo tempo non produsse veruno di grande qualità: ma a ricordo mio, di virtù somma, di costumi diversi vissero Porcio Catone e Giulio Cesare. Stirpe, età, eloquenza ebbero quasi pari, pari magnanimità e gloria. Cesare si reputava grande per benefizj e largizioni, Catone per integra vita; quegli s'illustrò per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la severità: Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquistò gloria senza nulla largire: uno rifugio ai miseri, l'altro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesare erasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d'essere donata; ambiva per sè un gran comando, un esercito, una nuova guerra, dove il suo merito sfolgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severità; non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse cogl'innocenti: e quanto meno la gloria agognava, tanto più essa lo seguiva».

[114]. Monstrum activitatis; Cicerone. Nil actum credens si quid superesset agendum; Lucano.