[151]. Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla; chiaramente lo mostrò: e' non lascerà un tegolo in Italia, se riesce. Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l'hanno seguito. Ad Attico, VIII. 11; IX. 7. Ripete, Se l'ha potuto Silla, perchè nol potrei io? Ivi, IX. 10. Sua idea è di far perire prima Roma e l'Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne, metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra di Cesare, IX. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, IX. 11.
[152]. Nil tam populare quam odium popularium. Cicerone ad Attico, II. 9.
[153]. Svetonio, in Cesare, 62.
[154]. Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta nella prosa.
[155]. La cecità de' suoi nemici è stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum, cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant. Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis, vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris victoriam ejus diei concelebrabant. Civ. III. 72.
[156]. «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.
«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: Dammi dieci de' miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo. Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.
[157]. Ad Attico, IX. 15.
[158]. Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi, or ha una tomba a pena».
[159]. La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.