All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo, senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio; misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento, disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, suo maestro di retorica.
Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate.
Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida, purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica, scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina, e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei, monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto, scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj, ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone» (59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone dell'impero.
All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si disponeva a trattarla senza riserbi.
Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo (soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita coll'esiglio.
In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo, chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore dell'Impero.
Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante: l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.
Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici.
Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore, finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito, la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti profumi produce l'Arabia in un anno.
All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa, con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone.