Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de' sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava — Quel poveretto (misellus)», e tutto cuore com'era pei nipoti, scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici, mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento, l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse.
Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre lettere nuove (V. Appendice I), che durarono quanto lui: sapeva delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni, liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco. Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi, e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la fortuna sel teneva in petto.
Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli, Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia. Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore, «Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe non pregiudichino al fogliame.
Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina, era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava. In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra, ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più ragione».
E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e lo stilo.
Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto, quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori, almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde, l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto: — Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».
Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la salute[113].
Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi, passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania, minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro.
Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta, non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò — Chè non viene Messalina?»
Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo; e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina, era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare, dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli Dei, tra cui Roma lo adorò.