Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser re, l'adorò quando volle esser dio: il senato affrettossi d'erigergli tempj, fu ambito il suo sacerdozio, moltiplicati i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli d'India. Elegge Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna; di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare la luna, invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi da Ercole, or da Mercurio, da Venere perfino, più spesso da Giove sopra una macchina che tuona. Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia l'affida a Minerva: povera bambina, da cui gli Dei padrini non istorneranno le conseguenze delle follie paterne!

Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò il suo cavallo Incitato, cui dispose scuderie di marmo, mangiatoje d'avorio, cavezze a perle, copertine di porpora, e un intendente, paggi assai, fin un segretario: talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo, talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli serviva avena dorata e vin del migliore: la notte precedente al giorno che Incitato doveva uscire, i pretoriani vigilavano che nessun rumore ne turbasse i sonni: lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo designava console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e se lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di cocchi al circo, e in un'orgia gli regalò quattrocentomila lire: amò il mimo Mnestero, e al teatro l'accarezzava, e di propria mano flagellava chi col minimo zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza attento un cavalier romano, lo manda con lettere a Tolomeo re di Mauritania; l'atterrito va, passa i mari, si presenta all'Africano, il quale aperta la lettera, vi trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male».

Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo trovo tanto più bello quando penso che ad un cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia moglie sua nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici nuda, ai soldati a cavallo con elmo e clamide; e in un accesso d'amor sanguinario le diceva: — Per entro le viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo' cercar la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue sorelle come mogli, e principalmente Drusilla: morta la quale, ordinò non si giurasse che per lei; un senatore protestò averla veduta ascendere all'Olimpo; e tutti i Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi, non pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto squallore Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere una dea?» esclama, e punisce del pari i costernati e gli esultanti. Così all'anniversario della battaglia di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e quei che gemevano.

Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora, quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!»

E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una intestata spada, l'altra pugnale; tagliare l'istmo di Corinto; fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario.

— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi, e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono portarle l'annona.

In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e' limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie, misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio, ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne' testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta, chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de' più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».

Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia, moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo facessero presto.

I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità; i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro, compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà: libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni? E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia.

Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato, e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati, i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano: nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea, immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, poi si volse a corteggiare e adorar Claudio.