Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; indocilì senato e popolo agli assurdi talenti del dominatore; spense i sentimenti che formano la dignità dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza pubblica, che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene e reintegra gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare i rimasti, col mostrare che il senato e il popolo potevano spingere la viltà e la paura fino ad adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva la materiale.
CAPITOLO XXXIII. Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.
La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata alla morte di Germanico, s'era risolta in fervoroso amore pel fanciullo di lui Cajo Cesare: i soldati ne folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e dalle scarpe militari con cui lo calzavano (caliga) gl'imposero il soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe bastato perchè Tiberio volesse mal di morte al nipote; ma il garzoncello, non che lamentarsi della condanna di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le insidie e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione, che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi mai stato migliore schiavo nè peggior padrone di costui. Per via poi della moglie di Macrone, abbandonatagli da questo per le lontane speranze, Caligola rientrò nella grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede dell'impero.
All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che Caligola avrebbe tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue virtù; e disse: — Quest'è un serpente che nutro pel genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare con Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime esclamò: — Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; indovinamenti tratti non da contemplazione di stelle, ma da conoscenza degli uomini e dei tempi.
Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto dal popolo, che lo acclama suo bambolo, alunno suo, suo pulcino, sua stella[110]; e dal senato, che ripiglia la sua potenza col cassare il testamento del defunto che aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio del predecessore con parole poche e assai lacrime; deroga le azioni di lesa maestà, brucia i processi iniziati, permette i libri proibiti da Tiberio; denunziatagli una congiura, non vi dà retta, dicendo — Nulla feci da rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i conti dello Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli accuratamente; va a raccorre le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli per riporle nel mausoleo d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si gode una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e in moderno sempre eccessivamente si abbandonò, per lagnarsi poi al domani che sia svanito il castello da essa medesima fabbricato colla nebbia.
Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, tremante ad ogni occhiata dello zio, quando si sentì padrone del mondo, quando, in una sua malattia, vide sacrificarsi censessantamila vittime agli Dei perchè lo risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero gli uomini nel momento più splendido dell'antichità. Ripristina i processi di maestà, facendoli spicciativi, e dì per dì ragguagliando i conti, cioè spuntando sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; lo mandò a Silano suo suocero; lo mandò a Macrone, antico suo confidente che lo rimbrottava di far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule richiamato domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo voti per la morte di Tiberio e pel tuo regno» risponde il piacentiere; e Caligola riflette: — Gli esigliati da me desiderano dunque la mia morte»; e per siffatta logica, ordina siano tutti uccisi.
Due uomini aveano votato la propria vita per la guarigione di lui; ed egli risanato dice che accetta, e l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro dirupare, incoronato come le vittime. Combattendo da gladiatore, l'antagonista per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, ed egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto co' due consoli, prorompe in risa smascellate, e chiesto del perchè, — Perchè penso che ad un cenno posso farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare, egli compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della bestia percuote il vittimario. In quell'ingordigia di sangue, fa gettare alle fiere gladiatori vecchi e infermi; se no, qualcuno degli spettatori: visita le carceri, e colpevoli o no, designa chi dar alle belve, essendo la carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol molestino colle grida.
Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; e se non v'erano rei, il primo che capitasse; e voleva che gli uccisi s'accorgessero di morire. Obbligava i padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli; ed allegando uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga: poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. Fece imprigionare un tal Pastore, solo perchè bel giovine; ed essendo il costui padre, cavalier romano, venuto a supplicarlo per esso, Caligola ordinò fosse il garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe uccidergli anche l'altro figliuolo. Il senato più non sapea con quali viltà ammansarlo; gli decretò nella curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse arrivare, e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue; ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso all'imperatore, i senatori se gli avventarono, e cogli stiletti da scrivere l'uccisero.
Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e all'ara d'Augusto in Lione stabilisce concorsi di greco e latino, ne' quali il vinto dovea pagare il premio e scrivere l'elogio del vincitore; e chi presentasse un lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla lingua; se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro eretta una statua coll'iscrizione A Cajo Cesare console per la seconda volta a ventisette anni, Caligola pretese che con ciò gli rinfacciasse l'età non legale; onde l'accusò in senato con elaborata arringa. Domizio, fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende cose dette dall'imperatore, confessandosi inetto a rispondere a tanta eloquenza; e fu modo sicuro di farsi assolvere.
Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: Livio, Virgilio, Omero gli destano gelosia, e li bistratta e proscrive: proscrive alcuni, soltanto perchè di antica nobiltà: i Torquati più non portino il monile, trofeo di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il soprannome di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera ricciuta da cui aveano tratto il nome? lo fa prima zucconare, poi morire. Egli gladiatore, egli cantarino, egli cocchiere; al teatro accompagna le arie degli attori, e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare in diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, fa due capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche conquistatore vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle tranquille rive del Reno, decreta una correria per le terre germaniche; ma non sì tosto vi pone piede, fugge con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo in salvo. Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti Germani suoi mercenarj, e scelti nella Gallia fra' nobili e plebei gli uomini di statura più trionfale[111], gli acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad aspettare la solennità della sua ovazione.