Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto. Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì alcuni che si fingevano Nerone.
Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati, riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj, ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento, ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana, ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti. Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte e la più sentita della libertà cittadina.
E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie, e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà dei patrizj.
Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.
Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o voluttuose.
Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola, riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.
Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo frigio, che scrisse un Manuale di questa filosofia, percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve l'avevo detto?»
Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare, chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza codesta?
— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà individuale.
Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa (dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni (soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato potere.