Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».

Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».

Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto, nell'Apocolocunthosis descrivendone la divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177], e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra».

Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non dall'orgoglio e dall'egoismo?

E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano, con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria.

Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi sonore si arriva a capire che regola della morale e della felicità è la legge naturale; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio.

Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa il fine obbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla grazia.

Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e — T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa». Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue.

Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dal bel sogno dell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena. Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i vantaggi.

Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè, offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto, cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che s'impossessa de' beni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e preceduti ciascuno da una viltà.