Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva, peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi, mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate, poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere, trascurar i proprj doveri[182].
Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. Dio, anima del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi; arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio, l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento, alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza.
Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini, e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato, ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami domestici, annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: — Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni? — No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene tant'e quanto a Roma».
Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche: giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia l'oggetto.
Quella religione, invece di comprendere le verità più generali ed assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]: però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale, vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva la forza di verità astratte, non l'autorità morale.
Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore, ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e intorno vi si cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte, portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli, poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano destinati sacerdoti e sacrifizj.
Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle città d'Asia d'erigergli un tempio; ed ecco undici città disputarsene l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione. L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva: — L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito, soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e Drusilla e Poppea.
Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale, scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del magistrato ricoprivano l'ateo.
Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono esser la base, pose gran cura alla religione; appurò la fonte delle istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari, protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta; ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi: il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e Orazio compose per quella pompa il Carmen sæculare. Esso Augusto fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace; e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche divinità benefica.
Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti, rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo; Ovidio canta la storia degli Dei nelle Metamorfosi, il culto nei Fasti, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere; e l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza, nè mai mentì peggio di quando esclamava Est Deus in nobis, agitante calescimus illo.