Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama, — Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, — Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito, spera che dopo morte le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora, e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli eccessi del regnante.

Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del dio, quando le imponeva il decreto del principe. I Romani consideravano ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali, laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al patriotismo.

Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava, pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui, e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle coscienze fra superstizione ed incredulità.

La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni: talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano di sangue, alcuni camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma, disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie, corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche; Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità egizie.

L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose; negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo degli uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che degli Dei parlavano celiando[193].

Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento; colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi; colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili. Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini, si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò, soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura di rompere il guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, principalmente di grani[194].

Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano, al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei vivi[195]. Estremamente si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi, gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia, indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche.

Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura, urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa, donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni. Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui avviminavano i cuori[196].

A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta, vuol gli si dica Salute; per impedire che si consultino le sorti Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia! al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi doni; Domiziano li consultava; confidava in essi Adriano, malgrado l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si rifugge dallo scannare fanciulli.

CAPITOLO XXXV. La Redenzione.